FRANCIA 1972

Per le vacanze di Pasqua 1972 avevo progettato di fare un lungo viaggio così il 31 marzo partii con la Ducati 450 Scrambler destinazione Parigi. Il piano era di presentarmi a casa di Marcel Muffat, il nipote di una mia cara zia, che veniva in vacanza a Pegui, il paese dove passavo le estati da ragazzo. Sarebbero stati 2500 km circa, avevo pianificato il viaggio con cura, preparato l’attrezzatura per le emergenze e scelto l’abbigliamento: blues jeans, maglione bianco a collo alto, stivaletti bassi e giubbotto di pelle marrone, per la pioggia avevo il Kway e sovrapantaloni da sci. Avevo anche il casco che a quei tempi quasi nessuno indossava, occhiali da sci e per proteggermi il viso un foulard rosso. Al mercatino americano di Livorno avevo comprato due borse militari e le avevo riempite con tutte le mie cose, anche una stecca di HB, le mie sigarette preferite. Attraversai la Liguria da levante a ponente con prima sosta a Borghetto Santo Spirito, la sera feci tappa a Solliès-Pont, una cittadina vicino a Toulon, dove vivevano i miei zii Luigina e Bruno, li da bambino avevo passato periodi felici in vacanza. Rimasi ospite la domenica di Pasqua e la mattina successiva, dopo che mio zio mi ebbe regalato la sua preziosa cartina Michelin della Francia, partii verso la meta agognata imboccando la RN7. La giornata era bella e la temperatura piacevole, il rombo della Silentium si faceva sentire, la moto andava una meraviglia anche se le vibrazioni non mancavano, i miei pensieri ripercorrevano la strada fatta e fantasticavano su quella da fare. In una sosta per mangiare baguette e camembert passò la polizia e mi salutò con un: “promenez vous bien!”. Negli ultimi 3/400 chilometri cambiavo continuamente posizione sulla sella mettendo le gambe a sinistra e poi a destra, ero stanco ed avevo fretta di arrivare, più andavo a nord e più andavo veloce, all’inizio viaggiavo sui 110 km/h, alla fine facevo lunghe puntate sui 130 km/h. Viaggio perfetto, peccato che prima di entrare in città si ruppe la molla di ritorno cambio, alle 20,30 arrivai a Parigi davanti alla cattedrale di Notre Dame, 821 km.

Mi presentai a casa di Marcel, al 24, Rue de Tanger, nel 19° Arrondissement e passai una delle più belle settimane della mia vita, Irene, sua madre ci trattava amorevolmente e la sera ci preparava sempre qualcosa di buono da mangiare, scoprii così quanto fossero buoni i ravanelli con il burro tuffati nel sale. Mi ero comprato una piccola guida/mappa Taride che diventò quasi inutile perché dopo i primi momenti di sorpresa Marcel, suo fratello Eric ed un loro amico mi accompagnarono in lungo e in largo per la città, nei posti che solo i parigini conoscevano. Ci muovevamo con la Metro e quando tornavamo a casa avevamo i piedi bollenti, qualche volta uscimmo anche la sera, una di queste andammo in un piccolissimo cinema d’essai dove ebbi modo di vedere “Les temps modernes” di Charlie Chaplin, mi entusiasmò! Dedicai un po’ di tempo anche alla moto, rintracciai la molla del cambio dal concessionario Ducati che mi permise di utilizzare la sua attrezzatura, così parcheggiai la moto sul marciapiede, montai la molla, oliai la catena e feci un po’ di manutenzione. Una settimana era passata velocemente ed ero stato veramente bene, ricordo tanti dettagli di quei bei giorni, ma il tempo a disposizione era finito, venne il momento dei baci e degli abbracci, poi presi la strada del ritorno. L’itinerario coincise con quello dell’andata sino a Dijon, poi girai ad est verso le Alpi, la Francia era proprio bella, dopo circa 300 km di pianura iniziarono le montagne e cominciò a piovere. Un centinaio di chilometri sotto la pioggia ed arrivai a Morez, nel Jura, entrai bagnato e stremato in una locanda tremando dal freddo che quasi non riuscivo a parlare, bevvi una cioccolata calda e chiesi una camera. Dopo aver sistemato la moto sul retro, salii in camera e mi spogliai; eccetto i capelli riparati dal casco ero bagnato fradicio, mi asciugai, misi tutto sul calorifero acceso e mi infilai sotto le coperte addormentandomi subito anche se erano appena le 19,30. Il mattino successivo mi svegliai pimpante e pronto a nuove avventure così, dopo una bella colazione con pain au chocolat e cafè au lait, oliai la catena che era tesa come le corde di un violino, misi in moto e ripartii verso casa. Splendeva il sole e l’asfalto, con la segnaletica gialla come i fari delle auto, si asciugò velocemente. Attraversai le Alpi tramite il tunnel del Monte Bianco inaugurato solo pochi anni prima e con emozione passai la frontiera, ero in Italia. Lungo la strada i pensieri nella mia testa stavano elaborando strane decisioni, da li a pochi giorni avrei fatto un passo che avrebbe cambiato radicalmente la mia vita, pensavo a Gloria, quella che oggi è mia moglie. Passato il Piemonte ripercorsi un pezzo di Liguria e nel pomeriggio, facendo il Passo del Bracco, arrivai a La Spezia, ma prima di scendere in città mi fermai sulla collina della Foce ad ammirarne il golfo, erano circa le 18, in tempo per incontrare gli amici e raccontare loro dello splendido viaggio.

So che Irene non c’è più e chissà che fine hanno fatto Marcel ed Eric. Mi piacerebbe incontrarli da qualche parte!